Bernardo Follini, Una sola moltitudine

Una sola moltitudine, edizioni L’Affiche, Milano, 2015.

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Carceri di Piranesi scosse da maestrali infuocati, progetti di un San’t Elia disilluso dalla modernità, spazi asettici e afasici, tele alla Franz Kline che ne mostrano l’anima, radiografie d’interni decadenti e poltergeistici, desolati villaggi orientali dominati da ignote presenze.

In qualsiasi modo i segni di Guerri vogliano essere letti, decisione che appartiene alle soggettività, essi sono il risultato di un percorso individuale che fin da subito portava con sé i germi del vocabolario attuale. Questo percorso inizia nel 1972 a Cesena quando Federico nasce praticamente nel laboratorio d’incisione del padre calcografo.

È il clima dell’Accademia di Belle Arti di Bologna, dove studia scultura, teso alla ricerca dell’opera d’arte immateriale a spingere il giovane artista verso la tecnica, verso il ritorno al manufatto. E così Guerri inizia a soddisfare l’esigenza di un azzeramento, di una pulizia dello studio, brandendo lo strumento più minimale, la matita. Ma l’interesse per questa travalica i limiti codificati che la vedono come utensile propedeutico solo a livello progettuale e ne sviliscono le potenzialità. Decide allora, sfidando il rapporto con l’intimo, insito nel disegno, di misurarla con alcune peculiarità della pittura: la tela, il grande formato, il colore.

La matita dell’artista inizia a soffiare con una cura quasi amanuense il suo lessico di segni sulla superficie, costruendo mappe o piantine di universi altri. I piccoli tratti, ossessivamente ripetuti, fanno progressivamente emergere dimensioni sgretolate e compulsive, creando “frammenti narrativi” di una sola storia visiva. Le tele incarnano un silenzioso rito gestuale che le partorisce, fatto di precisione e ripetizione.

I grovigli delle sue architetture, così mostruosamente netti, contengono però delle lacerazioni, delle cancellature. Queste richiamano l’incontro di Guerri con una stampa cinquecentesca raffigurante una veduta di Roma, intervallata da fori di tarli. Allo stesso modo, infatti, buchi, salti, vuoti spezzano la continuità narrativa dell’immagine, lasciando tracce di indefinitezza nella perfetta e scientifica pianificazione umana. È forse il ricordo al quale Guerri si appella per erigere le sue costruzioni a contenere delle falle, dei file non leggibili. Il nulla presente nella tela è figlio degli stessi parassiti che agiscono sulla memoria.

E nel momento in cui la mano, inizia minuziosamente a graffiare la tela come fosse un’incisione, riappare il colore. Quella tentazione latente, quella nostalgia per il pennello si fa intramontabile. L’acquarello, il momento più anarchico, dilaga nelle geografie, ricercato dal pittore per quel fascino d’assenza di controllo. La libertà più pervasiva si espande sulla superficie ed è messa in riga dalla grafite.

Le tracce delle visioni dell’artista sono riconvertite anche in un linguaggio plastico. E se le ardesie possono testimoniare un tenero affetto verso l’incisione, “Una sola moltitudine” concretizza un bisogno di tangenza tra il suo universo parallelo e quello reale. Il legno è chiamato a rappresentare l’esodo dei segni dalla tela e la riappropriazione dello spazio che, dopo gli studi, la scultura non aveva più trovato. I singoli segmenti si uniscono di nuovo per creare un’architettura vista a volo d’uccello, un intero accalcato e invadente o forse un esercito nostalgico e deluso dal reale che strenuamente si arrampica per ritrovare il suo posto sulla parete.

Fragili come fatti di legno, gli ambienti di Guerri schiudono angosce e pulsioni di mondi costruiti dall’uomo che però non ospitano più. Come ipotesi utopiche o distopiche, dominate da forze vorticose, invitano a cadere in quest’abisso di evoluzioni, spostamenti e dinamismo.

Le venature scoperte che compongono le opere sono quindi tesi dialoghi con l’immaginazione del pittore, proiezioni mentali che raccontano immediatamente quello che sono.

Quando tutti i frammenti saranno raccolti e uniti la lettura complessiva di questa grande Città Invisibile risulterà più chiara. Le stanze arredate delle abitazioni, le vie labirintiche e gli spazi urbani, bombardati dalla loro solitudine, sfideranno i cataloghi di Calvino e Avery, fiere dello spazio e del tempo che Guerri ha immaginato per loro.

Ma infondo, forse l’artista non vuole mostrare “l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme”, come fece un altro urbanista attraverso il noto colloquio tra Marco Polo e Kublai Khan. O meglio, forse Guerri proietta un universo possibile determinato dalla morte di quello stare insieme, dove l’uomo creatore ha trovato la parola fine alla sua storia, e viene annullato, lasciando spazio unicamente a ciò che ha plasmato. In questo universo riponiamo i nostri interrogativi, ricordandoci dello stesso Marco Polo: “D’una città non godi le sette o settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda”.

Bernardo M. Follini