Giancarlo Papi e Sabrina Foschini, Bisso Marino

Bisso Marino, Galleria Pieri, Cesena, 2007.

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Rompere le righe

“Mi osservo mentre scrivo (come non ho mai fatto mentre dipingevo) e scopro quanto vi sia di affascinante in questo atto: nella pittura, viene sempre il momento in cui un quadro non sopporta neppure una pennellata in più (bene o male, lo peggiorerebbe), mentre queste righe possono prolungarsi all’infinito, allineando pezzetti di un insieme che non avrà mai avuto inizio, ma che, in questo allineamento, è già un lavoro perfetto, un’opera definitiva perché già nota. E’ soprattutto l’idea del prolungamento all’infinito che mi affascina. Potrò scrivere sempre, fino alla fine della vita, mentre i quadri, chiusi in sé stessi, respingono, sono isolati nella loro pellicola, autoritari e, anch’essi, insolenti”.

Riprendo da un testo di Valerio Dehò questa citazione tratta dal Manuale di pittura e calligrafia di José Saramago perché mi sembra molto pertinente alla ricerca di Federico Guerri. Per il quale l’universo teorico è costituito da “frammenti narrativi” che sono una sorta di aritmia spirituale, perché mentre i dipinti con la loro forza vitale agiscono in primo luogo verso l’esterno e richiedono una maggiore decisione nella formulazione e nella lettura, i disegni hanno piuttosto una maggiore forza esplorativa individuale. Tanto che per l’artista cesenate disegnare è un’attività quanto più possibile normale, che non nasce da un’ebbrezza, da un forzato entusiasmo.

“Non fate passare neanche un giorno senza tracciare una linea” diceva il mitico artista greco Apelle, per sottolineare l’importanza del disegno come pratica quotidiana dell’artista. Dunque ciò vale anche per Guerri che pone alla base di tutto il suo lavoro una progettualità, una condizione della mente che si fa appunto segno grafico, pensiero strutturato. Ovvero in qualche modo il supporto della superficie, cui si demanda il compito di formare l’immagine senza fare ricorso alla figura, si fa Atlante del procedere in direzione di un mondo vibrante in cui convivono rimozioni che riaffiorano e attività del pensiero libera e fantasticante. Così che al primo posto sta, sempre e comunque, il respiro del progetto, la capacità di immaginare oltre l’unità di misura del reale, oltre i limiti e i confini predeterminati, oltre l’ovvio, il conosciuto, lo sperimentato, il consolidato. Su questa via l’artista cerca una pratica di perfezione, cerca la testimonianza che il suo dominio sul segno è parte di una conquista dello spirito, di una padronanza assoluta sui propri impulsi, capace di cavalcare qualsiasi vuoto formale.

Il carattere frammentario, dolcemente tellurico e sospeso dei disegni di Guerri dà a talune sensazioni una forma, no: molte forme. Secondo un certo gusto orientale, l’annullamento dei colori, che si amplifica per una qualche esaltazione dell’espressività meditativa della monocromia, crea infinte combinazioni di forme che si dipanano in intricati labirinti. Labirinti disegnati a grafite su carta o su una fine tela grezza. Spazi mentali affidati ad un segno, il più elementare possibile, che ha scansioni leggere, a volte anche sottilmente percettibili, ma descritto dalla meticolosità intellettuale e dall’attenta elaborazione del pensiero dell’artista. Il labirinto, da sempre, è stato metafora per l’uomo del suo desiderio di conoscenza, metafora della strada da percorrere, della via da trovare, del viaggio da intraprendere. Un mistero da svelare, da scoprire. La meta:

lontana e sconosciuta è il cuore dell’enigma, dell’umana ricerca. Verso la quale c’è un incedere della mano sul foglio o sulla tela , con quel contornare il vuoto che determina un accarezzamento della superficie. Una linea spezzata che segna le tracce di un cammino mai concluso.

Giancarlo Papi

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La matita sulla tela chiara tesse un ordito di trame metalliche, dove il minerale traslucido della grafite riverbera e fa danzare il disegno in una cadenza ripetuta come una litania, un’invocazione circolare. È un movimento ritmico quello di Federico Guerri, una disciplina quasi ascetica, in cui il sommarsi dei segni costruisce con automatismo a tratti incontrollato, l’astrazione geometrica, tipica della musica. Il suo gesto potrebbe accostarsi alla pratica dell’amanuense che riempiva di note geometriche e misurate, le pagine di cartapecora dei corali antichi. Tutto si compie nella ripetizione di un modulo tremante e rettangolare, che genera infiniti e differenti mondi. Alveari disabitati o cittadelle cintate, rovine di castelli di carte, planimetrie disegnate a terra con l’andamento costante ma imprevedibile dei paguri sulla sabbia, mute di pelli di serpenti, trasparenti e svuotate della carne. Nel corso del tempo come un’arma spuntata o al contrario affilata, il segmento di grafite che l’artista usa come numero primo del suo disegno, si è assottigliato, la tessera di domino o di mosaico si è ridotta ed è passata dall’architettura alla tessitura, dal mattone alla scaglia di animale, dal giunco al punto di filato. In questo passaggio sempre più raffinato, dalla costruzione al ricamo, sembra compiersi anche un viaggio di tempo e di latitudine, dal medioevo all’oriente, e s’intreccia l’opera dell’uomo a quella della natura. Inoltre la pianta ferma e chiusa delle prime roccaforti, pare aver subito un cataclisma, un crollo silenzioso che ne ha eroso i fondamenti e la stabilità. Folate di vento spazzano via villaggi trasparenti di bambù, disegnati solo nei confini, come se il costruttore avesse compiuto il percorso inverso delle favole, allentando la propria prudenza. E anche il fiato disperde le spore aeree di soffioni scomposti e frammentati. Compaiono inoltre canestri sfondati dove il vimine si snoda, cotte metalliche di armature squarciate dalla lama, figure intermittenti di legnetti e fiammiferi da bambini, bozzoli strappati, palazzi di canne come architetture da campo, o accampamenti di case punteggiate dal ricamo a “giorno” del corredo. Anche la tela di cotone, dal colore naturale che fa da supporto al disegno, richiama i lenzuoli ingialliti dentro alle casse e custoditi in attesa di un letto nuziale e la sua stoffa senza imprimitura fa pensare a qualcosa di nudo e di remoto. Così il segno magistrale che la ripercorre come un ricamo in ombra, ricorda i panni rinvenuti dentro ai sarcofagi, dove le maglie tenute insieme dalla trama, si sciolgono e cadono stanchi, in ribellione al telaio. L’insieme dei segni di Federico, ribattuti e intervallati da pause respirate, compongono una specie di alfabeto di nodi, come quello nascosto nei quipu degli inca, o nelle decorazioni dei tappeti afgani che diventavano lettere segrete, messaggi in codice e racconti dipanati nei fili, percorso di mani che cucivano storie dentro alla fatica, dentro alla pazienza e dentro al tempo. Eppure il miracolo di questo lavoro temprato nella lentezza e nella costanza è una trina grafica di leggerezza estrema, di piacevolezza aerea, di sobrietà assoluta. L’opera di Guerri sembra essere attraversata dall’aria e divenire impalpabile, e sembra avere in mente una tradizione antica detenuta da un solo testimone. Esiste un tessuto rarissimo, nel quale si crede sia stata impressa la veronica che si ricava da un mollusco bivalve, scovato sul fondo del mare. Dalla sua conchiglia fuoriescono dei filamenti che resi solidi a contatto dell’acqua salata, possono essere cardati e filati. Questo tessuto traslucido, molto sensuale per la sua trasparenza e ottenuto a prezzo di grandi sacrifici, ha il nome di bisso marino.

Sabrina Foschini