Flavio Ermini – L’immagine dell’esistenza

Ogni altro luogo, a cura di Ursola Hawlitschka, galleria Montoro12 Roma, 2013

.

L’immagine dell’esistenza

L’arte appartiene originariamente alla natura. È natura. E in quanto tale contempla e dà forma a se stessa. È dunque tempo che l’arte, memore del suo stato aurorale, torni a muoversi per iniziativa dei propri tratti. È tempo che la scrittura segnica torni a decidere dei propri tracciati e delle proprie luci. Di tutto. Anche delle tenebre. Nulla deve nascere se non dai suoi impulsi, dai suoi spasimi, dai suoi getti, violenti o pacati che siano.

È quanto accade nell’opera di Federico Guerri, dove la scrittura sceglie innanzitutto di essere disegno e di non porsi al servizio che del proprio accadere. La scrittura danza e iscrive in questo esordio il carattere inafferrabile dello scaturire del segno e l’annuncio dell’enigmatica soglia tra ciclica sparizione e nuovo inizio. Non ha principio né fine. Appare e passa. Appare al nostro orizzonte come potrebbe fare il vapore acqueo.

Presenza e venire-alla-presenza si uniscono e si confondono in questi luoghi verso i quali ci conduce Federico Guerri: sono luoghi pienamente riconoscibili, pur rivelandosi la loro vera sostanza come ombra e parvenza.

Viviamo nel tempo dell’affievolirsi della luce: ascoltiamo l’annuncio dell’età delle tenebre. Il vincolo tra terra e cielo è infranto. Il segno non scaturisce più dall’altezza degli dei per scendere nel grembo di un antro. Non si precisa più come la vitale mescolanza di azzurrità e humus, ma ricade sulla pietra. La terra non è più la «sala delle feste» nominata da Hölderlin. La terra non è più la patria di un processo in cui arrivano gli dei e trasformano ogni cosa con la loro presenza.

I disegni che ci stanno davanti sono in rapporto con il loro retro-mondo: con l’eclissi, con la rudezza della quale sono stati testimoni. Assistiamo a un movimento che testimonia – tra lampi ed epifanie – una deriva di cielo.

Molteplici mondi si levano verso la luce e altrettante eclissi di luce rientrano nella terra. Ma un’immagine è sempre incombente alle fondamenta di entrambi i movimenti: l’urgere del pericolo per un lutto invincibile. Ed è qui – nel pericolo – che si delinea il darsi della scrittura

segnica. Qui, Guerri abita presso il limite dell’abitabile, dov’è sempre prossimo al rischio del venire-all’assenza.

Mosso dalla fiducia incrollabile rispetto a quanto sta edificando, ma anche dal dubbio, dalla critica e dallo scetticismo, Guerri mette in atto una vera e propria strategia di appropriazione e distacco, dando corpo a una costruzione destinata subito allo sfaldamento.
Ci troviamo di fronte all’edificazione di un muro e alla ribellione ad esso.

La caducità passa dall’uomo al mondo. Si ripete dall’uno all’altro la medesima debolezza. Il mondo appare improvvisamente insicuro.
L’incisione mostra e nello stesso tempo occulta il paesaggio.

L’ombra scaturisce da un velo che interrompe il diffondersi della luce e consente il sorgere di architetture e oggetti secondo i modi in cui si combinano luce e tenebre. I limiti del mondo si dilatano oltre l’orizzonte delle figure che cadono sotto i nostri sensi. Sono ombre fragili e inquiete di un venire-alla-presenza che ha rotto i patti con il nascondimento.

Quella stanza desolata è un altro mondo dal quale è difficile, forse impossibile, scendere nel nostro, divorato a sua volta da una crisi che ne tormenta dall’interno l’autocomprensione. L’iniziativa da cui nascono i segni può inabissarsi a tale profondità da produrre smarrimento. Questi segni sono i compagni lacerati di un pensiero non ancora formulato, che vive nell’unità spezzata, aperto all’aperto. È un pensiero che non conosce il proprio posto, non trova pace. È spaesato ed estraneo a tutto.

Il mondo si rompe come unità e totalità in prospettive molteplici, ognuna relativa a un punto di vista. Insomma, in quella stanza desolata ciò che si cerca è un mondo; quello che si raggiunge è un orizzonte legato a un particolare punto di vista. Assistiamo al crollo di ogni certezza. Per il tutto diventa sempre più difficile far breccia e apparire. L’unità s’inabissa. Nel corso dello sviluppo di questi nuclei urbani immersi nelle tenebre il pericolo della deformazione e della lacerazione cresce e cresce, evidenziando un altro pericolo: la fine.

Perduti nella frammentarietà, disorientati ai margini di un’incognita mappa urbana, quando apriamo gli occhi non vediamo che tenebra: un groviglio di passione e razionalità che, in mescolanza instabile, connota il mondo.

Di fronte alla tenebra che è la vita, di fronte al mondo sensibile che è disgregazione, lo stesso

Guerri tiene gli occhi bene aperti; non si ritrae inorridito di fronte al crollo delle illusioni, non si affida a nuovi mascheramenti per occultare il vuoto.
D’altra parte, perché mai affidarsi alla grande opera di mascheramento che passa attraverso la costruzione di un mondo ideale e trascendente? Perché mai costruirsi illusoriamente un altro mondo? Perché mai alienare il nostro mondo lacerato? o nullificarlo e rifugiarci magari in valori sovrasensibili?

La scrittura segnica di Guerri segue il processo lungo il quale le forme si dissolvono, fondendosi tra loro; vede la vita culminare nell’abbandonarsi alla caduta, e assiste al trionfante elevarsi della lacerazione su tutto. L’essenza di questo processo è l’intrico in cui s’irretisce l’esistenza: il caos di tutte le possibilità del perire incessante. Osserva Hölderlin: «Tutto si mischia / senz’ordine e torna / l’originario groviglio».

Il mondo si forma nella caduta. Siamo figli senza padre. Pietrificati, cadiamo. Intorno a noi – in un’architettura urbana sconvolta – le forme stanno lentamente deformandosi nel buio malamente rischiarato dai lampi discontinui di una costellazione.
L’oggetto che ci viene incontro nell’esperienza segnica di Guerri è un oggetto che ha perso ogni nostalgia di unità e integrità, e in pari tempo ogni aspettativa di verità.

Quel che Guerri mette a punto nella sua esperienza sensibile è una sorta di malinconia umbratile del disfacimento. È una malinconia lacerante che si delinea in ogni opera con bagliori di emozioni ferite e sconsolate.

In queste opere c’è qualcosa di indelibato, qualcosa che si prolunga indefinitamente nel tempo e che non si può consumare. A questo proposito, ascoltiamo Musil: «Si potrebbe dire che abbiamo due destini: uno mobile e senza importanza, che si compie; e un altro, immobile e importante che non si conosce mai». Ed è proprio a questo secondo destino che Guerri si rivolge: all’«immobile e importante» fondo di noi stessi, all’essenza dell’essere.

Si riesce a far esistere qualcosa, oppure no. È tutto. Nel segno, la sostanza dell’essere si mette alla prova.
Colui che ha perso il giardino edenico non vi può ritornare. Non gli rimane che la via verso il confine: lo stretto sentiero che passa per la morte del padre. La ferita insanabile e l’esilio diventano linfa e centro errante, essenza di tutte le esperienze.

La sorte di queste architetture si fa presente nel loro essere parte della natura e della sua

vocazione per il disfacimento. Ciò che sempre si ripete (i giorni, le stagioni…) e sempre sembra identico – nel suo tornare cadenzato e ritmico, quasi una danza –, in realtà è un lento, inesorabile crollo. Ecco l’angoscioso spettacolo a cui assistiamo, facendone parte. Lo apprendiamo con sgomento, come con sgomento assistiamo alla caduta delle illusioni che si alimentano del nostro desiderio di onnipotenza e di immortalità.

Il segno vuole dire il proprio accadere e, con esso, l’accadere di ciò che sempre si ripete: il fuggevole istante che porta a una progressiva caduta.
Il segno vuole dire i limiti della condizione umana e la precarietà delle sue edificazioni. Gli dei sono lontani e probabilmente mortali. Esattamente come siamo noi, com’è il mondo, com’è la volta celeste che – lo si vede bene nella «notte buia» delle ardesie incise – comincia e finisce. Quella «notte buia» è l’immagine dell’esistenza.

Nell’opera di Guerri è viva la consapevolezza a riguardo del divenire-altro di ogni corpo. Un divenire-altro che è deformazione, frutto del disfacimento che si è rifugiato in noi dalla nascita.

In questi lavori viene tracciato il processo che va dal cominciamento al delinearsi nella coscienza umana della natura mortale di ogni cominciamento.
Qui, uno dei fenomeni originari dell’esistenza – l’ordinamento del moto vitale – è scosso al proprio interno. Un caos minacciosamente destabilizzante s’impone. La materia che costituisce ogni cosa sembra perdere la legittimità dell’essere.

Qui, la natura compie un passo avanti. Si spinge fino alla casa dell’uomo e ne determina il crollo. Il passaggio si configura come un vero e proprio tramontare verso una «notte buia» che appare interminabile.

 

The Image of Existence

Art in its origins pertains to nature. It is nature. And as such art contemplates and gives form to itself. It is therefore time that art, mindful of its auroral state, returns to act on the initiative of its own features. It is time for the signic writing to re-establish its own ways and its own lights. Everything. Even its own darkness. Nothing should be born if not from its impulses, spasms, and jets, whether violent or calm.

This is what happens in the work of Federico Guerri, where the writing chooses mainly to be drawing and is not meant to attend to anything other than its own service of happenstance. The writing dances and inscribes in this debut an elusive character of an arising sign and announces the enigmatic threshold between cyclical disappearance and new beginning. It has neither principle nor end. It appears and subsides. It appears on our horizon as a vapor of water does.

Presence and coming into being are united and merge in these spaces toward which Federico Guerri guides us: they are fully recognizable places, yet they reveal their true essence as a shadow and appearance.

We live in a time that trails off from the light: we listen to the announcement of darkness. The bond between heaven and earth is broken. The sign no longer arises from the level of the gods to come down to the womb of a cave. It is no longer defined like the vital mix of blueness and humus, but falls back on the stone. The earth is no longer the “hall of festivals” referred to by Hölderlin. The earth is no longer the home of a process in which gods arrive and transform everything with their presence.

The drawings that lay before us are interacting with their retro-world: with the eclipses, with the harshness of which they were witnesses. We are witnessing a movement that testifies – through lighting and epiphanies – a drift of heaven.

Multiple worlds rise towards the light and further eclipses of light return into the earth. However, an image is always looming at the foundation of both movements: to insist upon the urgency of danger for an invincible bereavement. And it is here – in the peril – that the writing of signs is outlined. Here, Guerri resides within the limits of livability, where he is always at risk of coming next to … absence.

Moved by an unwavering confidence with regards to what is being built, but also by doubt, criticism and skepticism, Guerri puts in place a true strategy of appropriation and detachment, giving life to a construction immediately destined to be flaking. We find ourselves in front of the construction of a wall and a rebellion against it. The transience passes from man to the world. The same weakness is repeated from one to another. The world suddenly appears insecure.

The engraving shows and at the same time conceals the landscape.

The shadow derives from a veil that interrupts the spreading of the light and consents the rising of architecture and objects according to the way light and darkness are arranged. The limits of the world expands beyond the horizon of figures that succumb to our senses. They are fragile, disturbing shadows that emerge and have broken the pacts with the hidden. That desolate room is another world from which it is difficult or even impossible to come down to our own. It is devoured in its own way by a crisis that internally torments the understanding of oneself. The initiative from which the signs are born can sink so far as to produce loss. These signs are the lacerated companions of a thought that is yet to be formed, living in a broken unity, open to the unbarred. This thought is clueless as to where it belongs and is restless, confused and unfamiliar to all.

The world as a unit breaks its totality in multiple perspectives, each relative to a different point of view. In other words, in that desolate room one looks for a world; what one finds is a horizon connected to a specific point of view. We witness the collapse of all certainty. For everything becomes increasingly difficult to break through and appear. The unity sinks. During the development of these urban nuclei immersed in darkness, the peril of deformation and of laceration grows and grows, giving shape to another danger: the end.

Lost in the fragmentation and disoriented at the margins of an incomprehensible urban map, when we open our eyes we can only see darkness: a tangle of passion and rationality in an unstable medley connotes the world.

Facing the darkness that is life and the sensitive world that is disintegration, Guerri keeps his eyes wide open; he doesn’t pull back horrified by the obliteration of illusions, he doesn’t give into new disguises to conceal the emptiness. On the other hand, why should one trust in the great feat of dis-guise achieved through the creation of an ideal, transcendent world? Why should one ever illusively build another world? Why should one ever alienate our lacerated world? Why should one nullify our world and take refuge in oversensitive values? The signic writing of Guerri follows the process in which forms dissolve, fusing with one another; he sees that life culminates in letting oneself abandon oneself to the fall, and witnesses the triumphant rise of the laceration on everything. The essence of this process is intricate insofar that it enmeshes existence: the chaos of all the possibilities of unceasing perish. Hölderlin observes: “Everything mixes/ privy of order/ and returns the original entanglement.”

The world is formed during the fall. We are sons without fathers. We turn to stone and fall. Around us – in the disturbed, urban architecture – the forms slowly become deformed in the dark, poorly illuminated by the discontinuous flashes of a constellation. The object that comes forth in the signic experience of Guerri is an object that has lost every reminder of unity and integrity, and at the same time every expectation of truth. In his amenable experience, Guerri maps out a sort of melancholy shadowed in decay. It is a lacerated melancholy that is defined in every work with flashes of wounded, disconsolate emotions.

In these works there is something that is extended indefinitely in time and that cannot be consumed. In regards to this, we take note of Musil: “One could say that we have two destinies: one mobile, unimportant one that accomplishes things; and another one that is immobile and important that one will never know.” And it is exactly this second destiny that Guerri makes reference to: the “immobile and important” depth of ourselves and the essence of being.

One can make something exist, or not. That’s all. In the sign, the substance of being is put to the test. He who has lost the edenic garden cannot return to it. Nothing is left for him but the road to the border: the narrow path that passes through the death of the father. The incurable wound and the exile become lymph and errant center, the essence of all experiences.

The destiny of this architecture is present in that it is part of nature and its vocation for decay. What one always repeats (the days, the seasons…) appears identical – in its cadenced, rhythmic return, that is almost a dance – , in reality it is a slow, unrelenting collapse. Here we witness the distressing show, and are a part of it. We understand it with fright, and with fear we take part in the collapse of our illusions that feed our desire of omnipotence and immortality. The sign tells us that its occurrence is the happening of what is always repeated: the fleeting instant that brings about a progressive fall. The sign signifies the limits of the human condition and the precariousness of its edifices. The gods are distant and more than likely mortal. They are exactly like us, the world, and the celestial vault that – the one that one can see well in the “dark night” of the engraved slates – begins and ends. That “dark night” is the image of existence.

In the works of Guerri the awareness about what is to come is alive – beyond every body. A beyond- becoming that is deformation, fruit of the decay that has taken refuge in us since our birth.
In these works the process that starts from the beginning of the delineation of the human conscious of the mortal nature of every beginning is outlined. Here, one of the phenomena of the origin of existence – the order of the vital motion – is internally affected. Chaos that is threateningly destabilizing is imposed. The matter that makes up everything seems to lose the legitimacy of being. Here, natures takes a step forward. It pushes to the house of man and determines its fall. The journey is configured like a true setting towards a “dark night” that appears endless.