Matteo Galbiati, Espoarte n.52

Intervista a cura di Matteo Galbiati su Espoarte N 52, 2008

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Dal primo incontro sono stato rapito dall’immediata e spontanea freschezza poetica delle opere di Federico Guerri: tele grezze dipinte con piccoli tratti di matita. Grafite e tela descrivono, senza eccessi e ridondanze, forme di soffice ed eterea bellezza che raccontare liriche soffuse e concentrate, quasi orientali. Il suo lavoro, ordinato e composto, diventa un libro che schiude, nelle opere, le pagine del racconto di questo giovane artista, che di concentrazione e integrità narrativa dà esempio di grande virtù. Inconfondibile e incredibilmente suggestivo il suo segno si qualifica come modello ed esempio di una capacità artistica che ne amplifica il valore senza eccessi e, basato su una pura semplicità, dà prova di un’opera forte ed incisiva.
Matteo Galbiati: So che il tuo percorso non è iniziato dall’uso del segno-disegno, ci racconti in breve la tua storia artistica?
Federico Guerri: Il mio percorso è lungo e tortuoso: dopo l’Accademia ho praticato per diversi anni la scultura. Amavo la spazialità e il comporre forme relazionabili con essa. Lentamente questo grande amore per la scultura si è consumato nell’esigenza di esplorare nuovi materiali e soluzioni; volevo sintetizzare, unendoli nell’opera, i miei interessi: pittura, scultura, disegno… È stato un periodo travagliato, producevo tanto e ancora più distruggevo. Poi mi sono fermato e ho fatto pulizia svuotando lo studio e spogliandolo di tutto. Così ho ricominciato dal segno.
Nella complessa resa della tua poetica i materiali che usi si limitano a tele grezze e grafite. Cosa implica questa scelta minimale?
Questo lavoro nasce dall’esigenza di ricominciare, di ripartire da un azzeramento; ero arrivato al punto in cui la sperimentazione di mezzi e materiali disparati, anziché aprirmi a nuove esperienze, mi confondeva allontanandomi dal vero contenuto di ciò che volevo fare. La decisione di usare solo la matita, quale unico filtro e mezzo tra me e l’idea, si è rivelata poco alla volta liberatoria. Volevo un lavoro scarno e nudo. All’inizio, per non cedere alla tentazione di aggiungere elementi ulteriori, mi limitavo lavorando come se avessi una mano legata alla schiena. Paradossalmente è stata questa povertà di mezzi ad aprire nuovi orizzonti inaspettati. Oggi tale scelta non mi è più difficile o faticosa, ma è l’unica percorribile.
Il rigore della tua scelta espressiva si traduce in una scrittura lenta e concentrata, quasi asceticamente solitaria e da amanuense. Ti ritrovi in questa similitudine?
A molti ispiro questo paragone. La manualità e il lavoro lento e meticoloso sul disegno non sono più solo aspetti tecnici, ma si integrano nell’opera; concorrono nella formulazione dei miei progetti e delle mie idee. Come dici, accosto, per similitudine, il mio lavoro alla scrittura più che al disegno: nell’eseguirlo, procedevo ordinatamente, da sinistra a destra, quasi trascrivessi l’opera. Mentre traccio i segni penso anche al ricamo, all’incidere o all’intagliare, meno al disegno inteso come studio o bozzetto.
Ci sono due aspetti interessanti nella tua arte: la dimensione del tempo e l’equilibrio musicale. Trovi riscontro in questi due principi che diventano punti di senso e forza per ogni tua opera?
Tempo e la lentezza sono dimensioni fondamentali: quando inizio una nuova opera so che farò i conti con una creatura che non mi farà concessioni in fatto di immediatezza e di realizzazione veloce. Il percorso della sua crescita si nutre di tutto il tempo necessario. La lentezza che reclama questo tipo di lavoro ne diventa anche regista; il procedere rallentato mi concede di mutare spesso la direzione intrapresa e, con l’accumulo lento di segni, si stratificano accadimenti minimi che aprono, in divenire, nuovi scenari possibili. L’equilibrio musicale mi coinvolgeva già da quando facevo scultura. Tengo quasi il ritmo tra segno e segno, in cui i due concetti base della composizione – pieno e vuoto – sono associabili a quelli che, in musica, sono suono, pausa o silenzio. Non disconosco l’aspetto musicale nelle mie opere anche perché, con un fratello violoncellista, per anni ho lavorato in uno studio dove ascoltavo le sue prove e preparazioni.
Il tuo lavoro ha la costante nel suo stesso segno costituente, tratto con cui si aggrega il tutto. Un segmento minuscolo, cadenzato e ripetuto uguale a sé stesso, quasi all’ossessione, ma che si sviluppa in grandi forme. Come concili la ripetitività apparentemente monotona e la variazione pulsante e viva?
Se penso a come è fatto – noi compresi – ogni organismo vivente, alle milioni di cellule che lo compongono ordinate e ripetute, vedo un insieme monotono, eppure il risultato è quanto di più vario e diverso. Mi piace pensare di poter tenere insieme contraddizioni ed estremi a volte opposti. I lavori che considero meglio riusciti sono come una sintesi tra ordine e caos, o meglio tra uno schema compositivo e una casualità che mi sorprende all’improvviso.
Il rapporto tra macro-micro è costante anche nella scelta dei soggetti: paesaggi architettonici, villaggi e conurbi atavici, forme astratte o composizioni quasi biologiche e molecolari. Come valuti tali – se lo sono – differenti scelte?
Non le sento dissimili: mi piace giocare con le contraddizioni e gli opposti tanto da non voler relegare la mia opera ad un solo tipo di soggetto. Voglio essere libero di passare da opere più astratte, ad altre più esplicite. L’architettura e la città sono poi base e tema frequente del mio lavoro: microcosmi di minuscole costruzioni e paesaggi miniati, dove tutto è effimero e fatto di polvere e basta un colpo di vento o un piccolo soffio per disgregare tutto. Il passo, che mi porta a pensare a fragili organismi che, nel corso del disegno, si animano quasi di vita propria, è così breve.
Ho bisogno anche di lasciarmi suggestionare dal racconto di storie mentre lavoro, favole che accompagnano il segno e che, a volte, influenzano le mie opere.
Nella tua gestualità artistica quale limite si frappone, separa o, semplicemente, coordina un controllo severo e ascetico del tratto da un libero automatismo istintivo dell’agire?
Inizio da un progetto preciso, ben definito razionalmente, che dia un segno non istintivo né estemporaneo. Ma mi distraggo e, in alcuni momenti, perdo il controllo commettendo piccoli errori imprevisti. Cerco pure di provocarli: gli sbagli spesso sono più ricchi ed interessanti di ciò che si era calcolato.
Non corri il pericolo di perderti nel vortice segnino e cedere all’irreversibile istinto dell’inconscio, smarrendo la traccia di ciò che avresti voluto realizzare secondo una prima idea razionale?
Capita spesso che venga preso da qualcosa interno al lavoro che, come dici tu, mi scardina dai propositi razionali. Prima di ogni disegno appunto annotazioni, tracce di idee per non cadere nel vuoto della tela pulita. Puntualmente, però, non le rispetto, anzi tradisco volentieri quei progetti e accetto gli inciampi con le nuove e diverse idee che emergono in corso d’opera. È difficile lavorare così: se perdo il controllo e l’equilibrio, che aiutano a legare le diverse spinte dell’opera, arrivo anche a distruggere i lavori. Senza queste tensioni sarei solo un esecutore freddo e distaccato.
Quale orientamento segue la tua ricerca, fin dove vuoi spingerti? Quali sviluppi riesci a prevedere?
Gli ultimi lavori sono molto più liberi e, forse, più pittorici. Mi piacerebbe continuare in questa direzione ma penso anche alla possibilità di valicare il limite della tela per confrontarmi con l’ambiente. Amo anche quegli artisti che usano il disegno per animare video e film; sono tecniche difficili che mi piacerebbe usare.
Progetti futuri da realizzare o su cui già lavori?
Sto realizzando un grande trittico che, con le altre opere, costituirà l’unica narrazione della mostra: vorrei che si svolgesse come un racconto, magari non con tutte le parti congruenti e consecutive, ma insieme di una sequenza sola.