Valerio Dehò, Sentieri interrotti

Sentieri interrotti, Galleria l’Affiche, Milano, 2010

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Da anni l’attività di Federico Guerri insegue il sogno del mondo disegnato, cioè di un’ aderenza totale tra quello che s’ immagina e quello che è. Il disegno, che nella nostra fragile cultura artistica ò considerato propedeutico solo alla pittura, assume in pochi autori l’assolutezza della poetica di riferimento. Senza legami con un post o con un contesto che possa essere l’ architettura, il design o la scultura, la disciplina da cui Guerri proviene, disegnare sembra una pratica sussidiaria e arcaica, qualcosa di fuori dal tempo economico dell’arte. Un disegno è un’opera incompiuta, qualcosa che è in attesa di essere terminato. Strano destino per la pratica fondamentale di tutte le arti, che è al contrario qualcosa che riesce veramente a connettere i giovani artisti con una tradizione secolare.

Guerri dà alla grafite la stessa forza del pennello, non ha bisogno del colore per andare oltre, per essere convincente, ma affida al tratto argenteo una produzione che ha lo spirito analitico della precisione concettuale e nello stesso tempo l’abbandono della dimenticanza. Sulla tela non preparata e trattata con una base d’ acqua e grafite in sospensione, elabora delle forme che coniugano la mano alla progettualità, l’informe del supporto con la logica di sentieri che s’interrompono per riprendere all’improvviso o spegnersi nel nulla.

Le sue visioni di città invisibili o di topografie dell’immaginario, hanno, infatti, spesso nelle fitta trama dei segni urbani, delle lacerazioni che appaiono come ferite. Strano effetto e anche bizzarra combinazione cronologica, perché i lavori di Federico Guerri sanno mettere d’accordo una riflessione sulla tecnica e sull’arte in generale, con delle forme che appartengono alla memoria, alle sue falsità, alle sue censure. Proprio il disegno, che anche secondo Jean Clair, appartiene al regno dell’intimo, del personale, della verità, in questo caso s’ arricchisce di uno strappo, di un vuoto, voluto e ricercato. Non sempre e non per forza, ma Guerri sa disseminare queste pause nei ritmi urbani come se fossero delle aree bianche da lasciare così in eterno. E’ come se nelle nostre topografie personali si attivassero dei vuoti che sono delle forme di bilanciamento inconscio dell’horror pleni, di quelle masse di segni che sono le città. Sembra quasi di assistere ad un’azione repentina del tempo che in pochi anni brucia le memorie, scolora i supporti, aggredisce le fitte trame di grafite. Federico Guerri costruisce qualcosa che ha già in se il virus della dimenticanza, ma lo fa non per ispirare tenerezza verso un alzheimer visuale, quanto per accentare la differenza tra disegno e no, tra vuoto e pieno, tra segno e cancellazione, tra sogno e ricordo. Quando invece la topografia diventa città, le trame si alleggeriscono, ma la tensione si arricchisce di memorie, Klee su tutti, ma anche di prospettive schiacciate, di zoomate sentimentali perché la realtà è sempre distante, in attesa di un cenno per entrare nell’arte.

Ma senza insistere sulla poeticità dell’effetto traforato di leggerezza, è preferibile accentuare il questa prospettiva il rapporto con quello che manca. Il colore innanzitutto, perché il colore caratterizza non solo la normalità delle città e sappiamo che perfino Berlino qualche colore pallido lo possiede, ma anche lo stesso linguaggio delle mappe viene azzerato in una prospettiva in cui contano le forme reticolari, le innervature, i contrasti e le ipotesi su cosa ci poteva essere e non c’è. Memoria senza nostalgia questa è in fondo la chiave per entrare in un universo glaciale ma affascinante, coinvolgente di Federico Guerri. Lo spettatore dei suoi quadri diventa il visitatore di una città sconosciuta, un abitante del senso, qualcuno che si trova a vivere dentro una dimensione straordinaria, ma con una memoria da viaggiatore alla Benjamin, in cui il ricordo del conosciuto e del già visto aiuta ad orientarsi nel nulla dell’intensità avvolgente della trama.

Questa ha delle caratteristiche particolare, ricorda al di là dell’evidenza, l’idea della screpolature, del cracklè, di uno sfaldamento della materia per una tellurica interna e lenta, pero anche progressiva. Ma vi è in queste opere anche qualcosa dei cristalli, non le geometrie regolari forse, anche se a tratti emergono, quanto l’idea di una geometria che regoli le forme dall’interno. Del resto le città sono organismi viventi, cambiano, collassano, si espandono e ormai la visione satellitare di un Google maps ci ha fatto prendere confidenza con una visione in cui la topografia catastale si riempie di contenuti viventi.

Probabilmente lo straordinario contenuto nei lavori di Guerri consiste proprio nell’aver saputo mettere insieme un discorso sulla rete simbolica della mappe, con il fatto che queste sono e restano immagini mentali, metafore del cervello, dei suoi percorsi, delle sue strade, dei suoi punti d’intersezione e di scambio. Le pinete delle città, le orografie di lacerti del pianeta, sono solo una pelle aggiunta, qualcosa che

sollevandola svela l’indifferente o il nulla. Questo è il reale. Il resto è arte o artificio, qualcosa che resta però, che non scompare al minimo cambiamento. Quel che resta, in altre parole, e che non è sovrastruttura o mancamento di ragione, piuttosto è l’iperbole dell’intelligenza, in quanto comprensione.
E per tornare al discorso iniziale sulle trame dei ricordi e le pause/censure relative, ritorna l’organo del pensiero e della vista in quanto questi disegni sono letteralmente immagine mentale di quello che siamo e produciamo continuamente come strategie di orientamento psicologico. Queste opere sono veri e propri imprinting, che non a caso ricordano linguisticamente altre tecniche parallele di Guerri, come l’incisione in acquaforte o su lastre di ardesia, materiale per eccellenza riconducile all’apprendimento e nel contempo alla costruzione. E proprio l’edificare un’ attività che pareggia il disegno come capacità di sovrapporre le idee alla realtà. Accade lo stesso anche nelle cancellazioni, nelle modifiche, si tratta di due universi paralleli. Come a dire che la complessità nasce ancora e sempre da un esigenza di semplificare, di rendere comprensibile, di chiarificare qualcosa cha appartiene alla mente ma ne è già fuori. Le città escono dall’invisibile, l’arte come voleva proprio Paul Klee, rende visibile ciò che non lo è, e in questo Federico Guerri non è secondo a nessuno con un arte appartata, minimale, dolcemente costruttiva, come un sogno trascritto al mattino.

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INTERRUPTED PATHS

For several years now, Federico Guerri has been chasing the dream of a drawn world, or rather a perfect correspondence between what one imagines and what something is. Only in the production of a few authors does the art of drawing – considered by our fragile artistic culture as being exclusively a preliminary phase of all painting activity – assume the abso- luteness of the poetics of reference.

Guerri’s discipline is external to all the possible links to any ‘post’ period, as well as free from any architectural, design or sculpting context, this latter being the discipline Guerri origi- nally comes from. For him, drawing assumes the features of a

subsidiary and archaic activity, something that dwells outside of the economic time of art. Every drawing represents an unfinished work, something that awaits to be completed. It is indeed a strange destiny for the fundamental practice that stands at the basis of all arts, yet which is capable of provi- ding young artists with a truthful connection to a centuries- old tradition.

Guerri assigns to graphite the same strength of the brush, as he doesn’t need a colour to move a step beyond or to make himself convincing; he instead relies on a silvery trait, in order to pursue a working practice that possesses both the analyti- cal spirit of conceptual precision, as well as the abandonment of oblivion. By working directly onto an unprepared can- vas, treated with a basis of water and suspended graphite, the artist elaborates forms that combine the human hand with a planning quality, as well as merging the formless nature of a support with the logics of paths that will interrupt either in order to immediately restart or to vanish into thin air. Actually, Guerri’s visions of invisible cities or topographies of imagination are frequently located within the thick weave of urban signs and contain lacerations much similar to bodily wounds. This creates a strange effect, a bizarre chronological combination, as these works show their ability to mingle a meditation on technique and on art in general with the pre- sence of forms that belong to memory, to its falsities and cen- sorships. The act of drawing, once defined by Jean Clair as something that belongs to the realm of intimacy, individuality and truth, here is further enriched by a sought after rip, a void that the artists is hunting for. Guerri knows how to dissemina- te these breaks throughout the totality of urban rhythms – although not always and not at all cost – as if they were white areas that are meant to be eternally left as such. It is as if, inside our personal topographies, we witnessed the active materialization of the voids that, in fact, correspond to sub- conscious forms of balancing both the horror pleni and the masses of signs represented by the cities. One almost feels like witnessing the unexpected action of time, which burns memories within the time span of a few years, discolours all supporting structures, attacks the thick weavings of graphite. Federico Guerri builds something that already contains the virus of oblivion; he does not build it in order to inspire the viewer’s tenderness towards a visual Alzheimer, but rather to stress the difference between what is a drawing and what is not, between empty and full, between the sign and the erasu- re, between dream and memory. When, on the other hand, topography turns into a city, the weavings become lighter, yet anxiety becomes imbued with memories: first of all Klee is evoked, eventually memories of smashed perspectives and sentimental zooms reappear, since reality is always distant, waiting for a signal to enter the world of art.

Nevertheless, without insisting on the poetics of the fretwork- like effect of lightness, it is preferable, from this perspective, to highlight the relationship with the things that are missing here. First of all, one notices the absence of colour, as this would characterise the normality of cities – we know that even Berlin possesses a few pale nuances; one also observes how the same language of the maps is set to zero and put within a perspective in which become important the reticular forms, the venations, the contrasts and all the hypotheses about what could have been there but is not.
Memory without nostalgia: this is the ultimate key opening Federico Guerri’s glacial, yet charming and involving universe. Every viewer becomes the visitor of some unknown city, an inhabitant of meaning, someone who finds himself living within an extraordinary dimension and is endowed with the same memory as the one possessed by Benjamin’s traveller, for whom the memory of already known and seen things helps find the way into the void of the weaving’s enveloping intensity.
The weaving itself has peculiar features: it reminds, beyond all evidence, of the cracks and of the idea of crackle; it tells us of matter’s disintegration, caused by its slow, internal, yet progressive telluric nature.
These works also partly remind the substance of crystals, if not their regular geometries, although sometimes the idea of a geometry regulating the shapes from the inside becomes visi- ble. After all, cities are living organisms, they change, collap- se, expand. Today the satellite view of Google maps has
made us familiar with the vision of a cadastral topography, full of living contents.
Probably the extraordinary content of Guerri’s works precisely lies within the capacity of uniting a discourse on the symbolic network of maps to the fact that these are and remain pure mental images, they are metaphors of both the brain and its paths and roads, they ultimately become its points of inter- section and exchange.
The pinewoods of the cities, the orography of the planet’s scraps, are nothing but an extra-layer of skin, something that, if lifted up, reveals indifference or nothingness. This is the real. The rest is either art or artifice, yet is something that stays and does not disappear under the action of every single evolution. In other words, what is left and is not equalled to a super-structure or to a lack of rationale, is the hyperbole of intelligence as intellectual capacity.
To go back to the beginning of our discourse about the wea- vings of memories and the related breaks/censorships, we can see the return of both mind’s and sight’s organs: these drawings are literally mental images of what we are and con- stantly produce in terms of strategies of psychological refe- rence.
These are indeed works of imprinting, they recall from a lin- guistic point of view other techniques already used by Guerri, such as his examples of ‘acquaforte’ or slate etchings. Slate is a material that can easily be connected both to the process of learning as well as to the act of building.
Here, it is precisely the latter activity that becomes equal to the practice of drawing, because both drawing and building are able to place abstract ideas over reality. The same occurs with all the occurring deletions and changes, as these works tells us about two parallel universes. They tell us that comple- xity, again and always, originates from a need to simplify, to explain, and to clarify something that belongs to the mind and, yet, lies outside of it. Therefore, here cities find their way out of the invisible, while art, just like Paul Klee has claimed, exposes everything that is not art. From this perspective, Federico Guerri is definitely no second-best to anyone with his softly secluded, minimal, sweetly constructive art, just like a dream that is transcribed the next morning.

Valerio Dehò